UN UOMO PICCOLO PICCOLO
Non ricordo molto di lui, è passato troppo tempo. Solo vaghe ombre nella memoria, alternate a rare immagini dai contorni più nitidi. Pochi dettagli oltre a quello che mi è stato raccontato e che le persone che l’hanno conosciuto ancora mi raccontano.
Era un uomo minuto, curvo sotto il peso dei suoi anni. Camminava lento per i campi, una zappa sulla spalla, inseparabile amica, una camicia a quadri e pantaloni troppo larghi. Per cintura una corda, di quelle che egli stesso usava per le balle di fieno che sulle spalle si trascinava fino alla cascina.
Il sabato veniva da me, se ne stava appena fuori dal mio giardino. Non chiamava, non osava neppure suonare il campanello della casa di sua figlia. Passeggiava sibilando fra i denti un fischio sommesso. Di tanto in tanto volgeva lo sguardo verso l’alto, speranzoso. Quando lo vedevo gli correvo incontro ed egli mi prendeva per mano e senza dire una parola ci incamminavamo lungo i sentieri della campagna.
La domenica mattina andavo io da lui. Lo trovavo seduto al tavolo con di fronte una ciotola d’acqua tiepida, un pezzo di specchio appoggiato ad una bottiglia, un pennello da barba senza più forma ed un pesante rasoio di metallo.
Sarei rimasto per ore ad osservarlo mentre compiva quel rito per me ancora misterioso. L’unico ricordo veramente nitido rimane il fruscio della lama sul suo volto, i peli grigi, ispidi e duri che cedevano al suo passaggio, la sua pelle di contadino cotta dal sole, quegli occhi vivaci che ora scrutavano lo specchio, ma spesso guizzavano con la coda verso di me. Tutto si svolgeva in silenzio, senza una parola. E poi alla fine, immancabilmente, stappava quella bottiglia, si versava un buon bicchiere di vino, denso, corposo e lo sorseggiava soddisfatto.
Di lui, di mio nonno, rammento solo una frase. E me la disse la vigilia di Natale di tanti anni fa.
Faceva freddo e nevicava come ora non accade più. Venne da me, molto più curvo del solito, avvolto in un pastrano di un colore indefinito e lo sguardo stranamente vuoto.
Mi si avvicinò e mi disse in buon piemontese: «Oggi non sto bene. Però tua nonna mi ha mandato via di casa perché dice che non faccio che lamentarmi.»
Quella sera, mentre tutti eravamo in febbrile attesa della mezzanotte, squillò il telefono. Era mia nonna. «Venite che Carlìn sta male come un cane!»
Accorsero il medico, e il parroco. Solo quest’ultimo servì a qualcosa.
L’unico mio rammarico è di non aver potuto imparare molto da lui, quell’uomo piccolo, taciturno, che camminava curvo sibilando fra i denti una misteriosa ed incomprensibile melodia.
1 commento:
i nonni ...valore aggiunto alle nostre esistenze....
la strampalat@
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