PATENTE E LIBRETTO… A. ha circa 20 anni, secco come un chiodo, capelli corti e sguardo stralunato.
Una sera lo sento protestare animatamente contro il comportamento di certe forze dell’ordine.
Non ho mai fatto grossi discorsi con lui, un ciao quando arrivo e un ciao quando me ne vado ma oggi non mi trattengo dal domandargli cosa gli sia successo.
«Mi hanno ritirato la patente...» mi risponde sconsolato.
«Oh! E che hai combinato?» ribatto io.
«Ma niente! – chissà perché quando si cerca una giustificazione si comincia sempre con un “Ma niente!” – Facevo i 130 dove il limite era dei 50…» Alzo gli occhi al cielo. Vabbè, già questo non mi sembra sia “niente”.
«… ho superato tre macchine dove c’era linea continua,» prosegue lui «poi i carabinieri mi hanno intimato l’alt, solo che io andavo troppo forte e non sono riuscito a fermarmi. Così per evitare quel cretino di carabiniere che si è messo in mezzo alla strada con la paletta ho fatto un testacoda e mi sono fermato dopo 200 metri.»
Apperò! Penso io.
«Però ‘sti bastardi! Si erano nascosti dietro un cartellone, così non li ho visti. - Vietcong in incognito? (n.d.a.) - Ma la prossima volta non mi fregano.» Cosa avrà voluto dire? Che non lo farà più? Non credo.
A. si atteggia dapprima a vittima, poi a martire (dovrà nuovamente passare sotto le forche caudine della scuola guida), infine a eroe nel momento in cui trova un paio di auscultanti che glielo permettono. Io me ne vado, un po’ perché è tardi, un po’ perché non sono sicuro di voler sentire altro. Spero però di non essere mai costretto a chiedergli un passaggio.
Lo rivedo una mezz’ora dopo. Sul ciglio della strada, stretto nella sua giacca a vento, con una sigaretta triste come lui fra le dita.
«Mia madre si è dimenticata di venirmi a prendere…» mi dice.
Lo osservo per un istante passandogli accanto. Non c’è più traccia di eroismo o spavalderia. Forse, e per fortuna, solo un pizzico di vergogna.

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